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dicono di noi
29/03/2007
www.mclink.it/com/inform/art/07n06301.htm

Ma che mondo è questo? Sedici interviste sulle emergenze di inizio millennio. Tra resistenza alle ingiustizie e speranza nel cambiamento
INCONTRI IN LIBRERIA. Giuliana Sgrena, Raniero La Valle, Jean-Léonard Touadi alla presentazione del libro curato da Roberto De Romanis

ROMA – “Un altro mondo è possibile” è lo slogan in cui si riconoscono i movimenti no global nati a Seattle. E “noi siamo con loro, pensando che un mondo diverso è anche necessario” rimarca Luigino Ciotti, anima del Circolo culturale “primomaggio” di Bastia Umbra (Perugia), che iniziò la sua attività nel ‘91. Un’associazione per chi non vuole stare alla finestra, per chi rifiuta di essere passivo spettatore di un mondo dominato da ingiustizie, disuguaglianze, guerre, violenze, anche silenziose come la globalizzazione economica che condanna un numero crescente di persone alla povertà estrema. Un circolo ‘pacifisticamente’ combattivo nel promuovere impegno politico, civile e culturale con iniziative ed incontri su temi locali e soprattutto su questioni planetarie: il drammatico rapporto fra nord e sud del mondo, sviluppo e sottosviluppo, pace e guerra, informazione e controinformazione…

Dibattito aperto, al quale in questi anni di attività del circolo hanno dato il loro contributo personalità di politica, cultura, informazione, Chiesa, associazionismo solidale. Per testimoniare che un mondo diverso è possibile, anzi necessario. E indicare percorsi per cambiarlo questo nostro mondo, tutti insieme.

Il filosofo e sociologo francese Edgar Morin ne “Mes démons” ha scritto: “La prosecuzione del disperato sforzo cosmico, che negli uomini assume la forma di una resistenza alla crudeltà del mondo: ecco, forse è proprio questo che potrei chiamare speranza” .

E “resistenza” alle ingiustizie e “speranza” nel cambiamento, sono i comuni denominatori del saggio a più voci “Ma che mondo è questo?” (Manifestolibri). Sedici interviste “sulle emergenze di inizio millennio”, realizzate tra ottobre 2005 e settembre 2006 da Roberto De Romanis, (docente di letteratura inglese e didattica della cultura e delle istituzioni dei paesi anglofoni all’Università di Perugia) e raccolte nel libro per celebrare, alla fine del 2006, i 15 anni del circolo “primomaggio”. Un “tavolo virtuale” al quale sono state chiamate personalità partecipi della vita e delle iniziative del circolo. Testimonianze - di Vittorio Agnoletto, Fabio Alberti, Frei Betto, Mario Capanna, Giulietto Chiesa, don Luigi Ciotti, Haidi Gaggio Giuliani, Alberto Granado, Raniero La Valle, Flavio Lotti, Riccardo Petrella, padre Renato ‘Kizito’ Sesana, Giuliana Sgrena, Giovanni Russo Spena, Jean-Léonard Touadi, padre Alex Zanotelli - che disegnano un pianeta in piena emergenza, abitato da un’umanità con urgentissimo bisogno di pace e giustizia sociale. Sedici interventi che ci ricordano che “il destino del mondo è il destino di tutti noi”, sottolinea Roberto De Romanis nel presentare il volume presso ‘Rinascita’, storica libreria della capitale.

Un mondo iniquo, che vedrà il fallimento degli obiettivi del Millennium e in cui oggi, ricorda De Romanis, guerre “inutili e disgraziate” colpiscono per lo più civili. Un mondo in cui l’informazione è monopolizzata e manipolata. Un mondo in cui certe realtà vengono trascurate, quando non sono occultate di proposito. Nel libro il mondo, con le sue drammatiche problematiche, viene analizzato e descritto attraverso linguaggi, codici, sistemi concettuali anche molto lontani tra loro (gli intervistati operano nei settori più diversi). Ma il raccordo degli interventi è nella “concezione solidaristica del vivere sociale”, spiega De Romanis. Gli intervistati rigettano “l’utilizzo della guerra come strumento di soluzione dei conflitti”, e puntano alla “globalizzazione” dei diritti umani e al “rispetto” e alla “difesa” delle differenze.

Riflessioni di testimoni diretti di quanto viene raccontato nelle interviste. Come Giuliana Sgrena che da anni, come inviata de ‘il manifesto’ segue l’evolversi di situazioni e conflitti in aree islamiche di Africa e Medio Oriente, rivolgendo particolare attenzione alla condizione della donne in queste realtà. E’ autrice di diversi libri tra cui “Fuoco amico”, nel quale racconta la drammatica esperienza del suo sequestro in Iraq, del ferimento e della morte del funzionario del Sismi Nicola Calipari, al quale deve la vita. Una vicenda che l’ha fortemente segnata - “non tornerò più in Iraq” spiega al pubblico nella libreria ‘Rinascita’ - e che la vede impegnata nella “ricerca della verità” su quanto accaduto. Giuliana Sgrena respinge la definizione di ‘inviata di guerra’ perché – puntualizza - lei nelle zone di conflitto ci è sempre andata non per inseguire le guerre ma per informare l’opinione pubblica e rafforzare le posizioni pacifiste. Sgrena non è una giornalista embedded. Difende l’informazione indipendente. Posizione molto scomoda quella dei giornalisti indipendenti, che in Iraq “sono nel mirino, degli occupanti e degli occupati”. Sgrena difende orgogliosamente il suo modo di lavorare, andando sul terreno e verificando di persona le notizie, poiché “questo è l’unico modo per fare informazione libera”. E racconta che “oggi non è più possibile informare su ciò che avviene in Iraq”. Lì, dal 2003 sono stati uccisi 157 giornalisti – tra essi l’italiano Enzo Baldoni e più di 100 iracheni - e oggi nessun operatore dell’informazione è più libero di muoversi in Iraq. Una situazione difficilissima, confermata nella intervista di De Romanis a Fabio Alberti, presidente di “Un ponte per…”, l’associazione delle cooperanti Simona Torretta e Simona Pari, anch’esse prese in ostaggio e liberate in Iraq: “La situazione dei diritti umani e della libertà di stampa nel Paese è gravissima […] Nella situazione attuale parlare di informazione libera o alternativa è fuori discussione”.

Sta per accadere anche in Afghanistan. Dove è stato rapito e rilasciato nei giorni scorsi l’inviato de ‘la Repubblica’ Daniele Mastrogiacomo, dove furono ostaggi la cooperante italiana Clementina Cantoni e il fotoreporter Gabriele Torsello e dove fu uccisa nel 2001 l’inviata del ‘Corriere della Sera’ Maria Grazia Cutuli. L’Afghanistan si sta rapidamente “irachizzando”: presto, dice Sgrena, da lì non arriverà più informazione. Perlomeno non quella libera.

Di fatto viene attuata una certa “politica dell’informazione” da passare all’opinione pubblica, rincara, intervenendo all’incontro, Raniero La Valle, direttore de “Il Popolo” e “L’Avvenire” negli anni del Concilio Vaticano II, giornalista televisivo, fondatore della rivista ‘Bozze’ (voce importante del dibattito ecclesiale e civile), parlamentare per la Sinistra Indipendente dal ‘76 al ’92, e tra gli artefici della riforma sull’obiezione di coscienza. “Il grande interesse di chi fa le guerre è tenere nascoste le cose oscene che avvengono o raccontare in un certo modo per propaganda” aggiunge, mettendo gli Usa nel girone dei grandi imputati. Parla schietto La Valle: “al fondo delle polemiche che si scatenano sui giornalisti ostaggi liberati c’è che se tornano vivi altri giornalisti andranno nei luoghi dei conflitti, se invece non tornano vivi c’è meno rischio che altri ci vadano”. Prendendo poi spunto da “Ma che mondo è questo?” fa osservare che due sono le domande da porsi: “Dove stiamo andando tutti?”e “Quali contromisure dobbiamo prendere?”. “Sono le culture e le azioni umane quelle per cui si decide del mondo” dice La Valle. Per il quale l’umanità intera deve prendere in mano il suo destino e agire come soggetto politico collettivo per cercare alternative ad un mondo altrimenti destinato al suicidio. Mondo che La Valle invita a “guardare sempre nel suo insieme”. Porta un ‘esempio’ per chiarire il suo pensiero: il prossimo allargamento della base Usa di Vicenza. Miope, avverte, pensare che si tratti solo di una faccenda locale. Quella base potrebbe servire, in previsione fra una ventina di anni, per una possibile guerra nucleare contro la Cina. Si apre uno scenario apocalittico. Anticipato nel ’99, ricorda La Valle, da un ‘incidente’: l’ambasciata cinese a Belgrado bombardata dalla Nato. Solo un tragico errore? Ma la Nato usò un aereo molto costoso che fu fatto decollare dal Missouri e bombe teleguidate molto sofisticate. E allora? Tra le ipotesi avanzate da esperti, il timore da parte dell’intelligence americana che la Cina stesse compiendo massicce azioni di spionaggio contro gli Usa.

Anche Giulietto Chiesa - giornalista (è stato corrispondente da Mosca per ‘l’Unità’ e ‘La Stampa’) ed europarlamentare – preconizza da tempo il confronto-scontro tra Usa e Cina. “La Cina - spiega nell’intervista accolta in “Ma che mondo è questo?”– non è sottomettibile e sta esercitando un ruolo autonomo sempre più rilevante […] Gli Stati Uniti si stanno armando a tutta velocità, per arrivare al momento della resa dei conti con una superiorità militare tale da impedire ogni risposta diversa dalla resa. Purtroppo per loro la Cina non potrà arrendersi. Vedremo crescere questa crisi nel corso dei prossimi dieci anni”.

Guerre, distruzione, povertà…camminiamo sull’orlo del baratro. Per non caderci definitivamente Raniero La Valle indica la strada: “Si tratta di ricostituire l’unità della famiglia umana, di battere le politiche apocalittiche che tendono a dividere il mondo tra i sommersi e i salvati, e di fare dell’umanità riconciliata il soggetto della nuova storia”.

Un mondo diviso tra sommersi e salvati. Un pianeta sul quale ogni anno, dati Fao, 852 milioni di persone sono ridotte alla fame e 6 milioni di bambini muoiono per denutrizione. “L’analisi dei fenomeni migratori deve partire dalle cause, delle condizioni disumane in cui vivono troppe persone [...] Nessuno, se non costretto, abbandona la sua casa, i suoi affetti, le sue radici”, dice nell’intervista contenuta nel libro don Luigi Ciotti, in prima linea contro il disagio giovanile e l’emarginazione (ha fondato il Gruppo Abele e ‘Libera’, associazione contro tutte le mafie). Ciotti evidenzia la necessità di percorsi che facilitino la regolarizzazione e l’integrazione degli immigrati, e di una “cooperazione vera” con i Paesi di provenienza.

Posizioni analoghe a quelle di Jean-Léonard Touadi, giornalista congolese da anni in Italia, autore di molte pubblicazioni (tra cui “L’Africa in pista”,v. articolo Inform http://www.mclink.it/com/inform/art/07n02102.htm) e assessore al Comune di Roma per le politiche giovanili. Touadi in libreria spiega poi che la nostra società deve imboccare la strada che porta dalla “multiculturalità” alla “interculturalità”: così ci si aprirà all’altro trovando punti di incontro. Bisogna puntare a “creare aree di contaminazione culturale” per evitare situazioni che nel tempo potrebbero diventare esplosive: un monito i disordini nelle banlieaux di Parigi. Per Touadi, che ritiene “sacrosanto” il diritto di voto agli immigrati regolari, è importante che i loro figli nati qui siano già nella culla cittadini italiani. Sono bambini che frequentano le nostre scuole, parlano la nostra lingua, vivono nei nostri quartieri. Assumendo “tutti quei valori fondamentali che costituiscono l’italianità”. (Inform n.63)

Simonetta Pitari