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26/09/2026
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A Palazzo Cesaroni un'iniziativa per la Giornata degli internati nei lager tedeschi
L'Assemblea legislativa ha dedicato un pomeriggio alla condivisione di temi e memorie

Si è tenuto nella sala Partecipazione di palazzo Cesaroni, un incontro per celebrare la "Giornata degli internati italiani nei lager tedeschi".

E' stata indetta per la prima volta lo scorso anno il 20 settembre, data della ricorrenza, che quest'anno è caduta di domenica.
L'Assemblea legislativa ha dedicato quindi il pomeriggio di mercoledì scorso alla condivisione dei temi e delle memorie legate alla vicenda degli internati nella Seconda guerra mondiale, in collaborazione con l'Anei (Associazione nazionale ex internati).
"Furono circa 800 mila - ha ricordato il presidente umbro dell'Associazione Marco Terzetti - gli italiani deportati dopo l'8 settembre 1943: circa 630mila, di cui 30mila ufficiali, espressero un no deciso alla collaborazione coi nazifascisti e finirono per due anni nei lager.

50mila di loro sono deceduti durante la prigionia nei lager, 50mila morirono dopo, per le conseguenze fisiche e psicologiche del conflitto, 12mila erano umbri. Erano nati e cresciuti durante l'epoca fascista ma scelsero un'altra strada. Per decenni tutto questo è stato ignorato o minimizzato".
Alberto Stramaccioni, presidente dell'stituto di storia dell'Umbria contemporanea, ha inquadrato il momento storico fra il 1943 e il 1945 in cui il "grande protagonista" delle vicende è stato l'esercito italiano. "Prima - ha ricordato secondo quanto riferisce Palazzo Cesaroni - ha combattuto al fianco dell'esercito tedesco in Africa, in Russia e nei Balcani. Hitler non voleva nemmeno ma Mussolini mandò 100mila alpini e poi ancora altrettanti, ne sono tornati solo 50 mila. La fuga del re e di Badoglio, la notte fra l'8 e il 9 settembre 1943, senza lasciare nemmeno ordini, lasciò l'esercito italiano privo di una direzione precisa. I soldati del Terzo Reich discesi in Italia consideravano gli italiani dei traditori per aver firmato l'armistizio. Non c'era più lo stato maggiore dell'esercito, un milione di soldati si ritrovarono in balia di comandanti e ufficiali sul posto. Su 1 milione di soldati italiani solo 197mila aderirono alla Repubblica sociale. Altri morirono sui bombardamenti, migliaia di soldati furono affondati in mare con le navi. Furono 600mila o più quelli che furono arrestati e deportati nei campi di concentramento perché non vollero continuare a combattere. Nessuno ha mai pagato per il loro lavoro in miniera, nelle costruzioni edili e nei conflitti dove vennero impiegati come carne da macello. Morirono in 50mila.
Questa dimensione così rilevante degli internati ci ha mostrato le caratteristiche effettive dell'esercito italiano: a stento ubbidivano e non riuscivano del tutto a comprendere il conflitto. Erano ragazzi dei primi due decenni del secolo scorso, cresciuti nel periodo che ha portato al fascismo. Ma poi hanno scelto di dire no alla sudditanza con i tedeschi. Eroi silenziosi che meritano il rispetto di tutti noi".
La presidente dell'Assemblea legislativa Sarah Bistocchi ha voluto ricordare che "più di 600mila persone scelsero la prigionia per non collaborare con il Terzo Reich: hanno scelto da che parte stare, non dalla parte degli oppressori ma della libertà e della pace, anche se questo ha significato per loro sofferenze, fatica e privazioni". "La storia si ripete - ha aggiunto - e anche oggi ci sono momenti in cui, a fronte dei conflitti di cui non teniamo più conto, si deve scegliere da che parte stare. L'associazione degli ex internati, le loro testimonianze e i ricordi possono aiutarci a capire qual è la scelta giusta da fare. Questo esempio di coraggio e di non indifferenza è importante per le generazioni dei giovani di oggi e di quelli che verranno. È importante custodire il passato e i principi giusti da perseguire: pace, tolleranza, giustizia e libertà".
Per la consigliera Letizia Michelini (Pd) "è importante la custodia della memoria e il fatto che una sede come questa, l'Assemblea legislativa, sia aperta a questo tipo di incontri.
La scelta ci deve interrogare sul senso della libertà: gli internati si sono trovati privi della libertà, lontano da casa e degli affetti. Sono loro che ci ricordano in questi momenti di riflessione, di coscienza collettiva di un Paese e anche della dimensione più intima che ci sono padri, fratelli e mariti che non sono tornati a casa e le loro famiglie sono diventate custodi di questa importante memoria".
Toccanti le testimonianze riportate nel corso dell'incontro: per Pierino Monaldi, orfano di guerra, "questa giornata era doverosa. Mio padre fu richiamato nel '41 nei Balcani. Mia mamma rimase vedova a 25 anni. Le spoglie di mio padre furono poi riportate in Italia perché, a differenza di altri che furono gettati in fosse comuni, i suoi compagni fecero in modo che lui avesse una tomba, con nome e date. Sono stato fortunato, rispetto a tanti altri. Vorrei che fosse data importanza anche al ruolo delle vedove, che hanno tribolato e sono state trattate malissimo".
Luigino Ciotti ha scritto un libro sulla vicenda di suo padre, "I campi di Tullio" (suo padre), un testo che assieme ad altri, scritti dai figli degli internati militari italiani, contribuisce a fare luce su una zona grigia della storia italiana. Nel volume egli intervista il genitore e sente affermare con forza: "no alla guerra e no al fascismo".
Ciotti ha rivolto un appello alle istituzioni: "la legge 211/2000, istituita per ricordare la Shoa e la vicenda degli internati è arrivata 55 anni dopo la fine della guerra, ma ancora una volta gli internati furono un aspetto secondario, anche in quel testo di legge, rispetto al dramma degli Ebrei, e i protagonisti di quella vicenda erano ormai quasi tutti morti, quindi ci sono voluti altri 7 anni per le medaglie consegnate ai figli, che orgogliosamente le mostrano ad ogni occasione di confronto; la Regione promuova una indagine seria sui vari Comuni per raccogliere le notizie su tutti gli internati che, come si è visto, sono stati molti. Si mettano altri monumenti a ricordo sul territorio, si intitolino vie e strade agli internati militari. Nel Comune di San Giustino ho scovato le testimonianze di 126 internati militari, attraverso le lettere inviate ai familiari, che non furono mai spedite, solo ultimamente è stato fatto".


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