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03/02/2020
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Politica - Tira aria di revisionismo storico a Bastia Umbra
La denuncia di Luigino Ciotti: adesso vogliono cambiare il nome della piazza di Ospedalicchio intitolata a Bruno Buozzi in “Piazza dello Spedalicchio.

Diceva Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova».

Tira aria di revisionismo storico a Bastia Umbra e la richiesta di cambiare il nome della piazza di Ospedalicchio intitolata a Bruno Buozzi in «Piazza dello Spedalicchio» che leggo oggi su La Nazione http://www.bastia.it/?p=106615 non mi sembra affatto casuale.

Infatti è stata recentemente cambiato il nome di Piazza Palmiro Togliatti in "Piazza del Mercato" e piazzale Bakunin in "Piazzale Armando Serlupini".
Togliatti e Buozzi sono ovviamente figure importanti dell'antifascismo italiano e Bakunin, tra i fondatori dell'anarchismo, essendo morto nel 1876 lo è comunque geneticamente. Ora si capisce perchè la frase di Agatha Christie mi appare vera ed adatta a questo caso.

I nomi scelti per sostituire quelli precedenti hanno la loro dignità e nascono dalla tradizione e dalla storia locale ma se mi posso permettere sono scelte di tipo populistico, e se prese individualmente possono avere una loro giustificazione, messe insieme, ed in relativo poco tempo, fanno pensare ad altro e come suol dirsi "qui gatta ci cova".

Guarda caso si eliminano degli antifascisti (Buozzi fu ucciso dai nazisti) per rispolverare la tradizione ma non si può fare con la toponomastica un'operazione politica che ripulisce la città di contenuti storici antifascisti e di sinistra.

Agatha Christie ci permette di capirlo.

Luigino Ciotti

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In memoria di Bruno Buozzi, il sindacalista più temuto dal fascismo (fucilato dai nazisti)

Bruno Buozzi nasce a Pontelagoscuro, provincia di Ferrara, il 31 gennaio 1881.

Aderisce nel 1905 al sindacato degli operai metallurgici e al Partito socialista italiano, militando nella frazione riformista di Turati (proprio in casa sua, nel 1932 Turati si spegnerà. Così Buozzi lo ricorderà così sulle pagine de L’operaio italiano: “Filippo Turati più che un capo politico deve essere considerato un altissimo maestro di vita e di morale. Grande cuore, non sapeva odiare. Contro lo stesso fascismo più che odio nutriva ripugnanza e disprezzo. Amava i giovani e in esilio era costantemente preoccupato che il movimento antifascista non ne avesse abbastanza”).

Nel 1920 è tra i promotori del movimento per l’occupazione delle fabbriche. Più volte eletto deputato socialista prima della presa del potere da parte del fascismo, nel 1926 espatria in Francia (è fra i pochissimi sindacalisti che Mussolini corteggia, ma rifiuterà con convinzione ogni coinvolgimento con il nuovo regime).

Qui apprende la notizia della decisione da parte del vecchio gruppo dirigente della CGdL di proclamare l’autoscioglimento dell’organizzazione.

Contro tale decisione Buozzi ne decreta la ricostituzione a Parigi.

Sempre nello stesso anno, nel febbraio 1927, durante la prima Conferenza clandestina di Milano, i comunisti danno vita alla loro Confederazione generale del lavoro. In questo modo, dalla fine degli anni ‘20 e fino alla caduta della dittatura fascista, convivono due CGdL: una di ispirazione riformista, aderente alla Federazione sindacale internazionale, l’altra comunista, aderente all’Internazionale dei sindacati rossi. A capo della CGdL comunista sarà chiamato nel 1930 Giuseppe Di Vittorio.

Fino alla metà degli anni ‘30 i rapporti tra le due Confederazioni si mantengono tesi, soprattutto a causa della decisione presa dalla Terza internazionale di contrastare i riformisti, accusati di socialfascismo. Quando però il pericolo fascista diviene concreto, soprattutto in seguito alla presa del potere da parte di Adolf Hitler in Germania (gennaio 1933), le diverse componenti della sinistra riescono a trovare un terreno comune di iniziativa, evidente nella politica dei Fronti popolari in Francia e Spagna.

Gli effetti si faranno sentire sia sulla politica italiana, con la firma nel 1934 del Patto di unità d’azione tra Pcd’I e Psi, sia sul sindacato.

Il 15 marzo 1936 Bruno Buozzi e Giuseppe Di Vittorio si incontrano a Parigi e firmano la piattaforma d’azione della Cgl unica.

Scriverà Giuseppe Di Vittorio in occasione del primo anniversario della scomparsa di Buozzi: “Chi scrive ha potuto seguire l’opera di Buozzi in Italia ed in esilio ed ammirarne la continuità, anche quando questa opera costava non lievi sacrifici. Io mi legai d’una particolare amicizia personale con Lui, sin dal 1934, da quando fummo per lunghi anni entrambi componenti il Comitato d’unità di azione socialista e comunista, poi nel grande movimento popolare antifascista creato su basi unitarie nell’emigrazione italiana all’estero. Mi sia consentito di affermare che in quella nostra attività comune sorsero i primi germi di quella più vasta unità sindacale realizzata in seguito e di cui Buozzi fu uno degli artefici principali”.

Il 3 giugno 1944, poche ore prima della Liberazione della capitale da parte degli Alleati, la firma del Patto di Roma decreta la rinascita del sindacato libero (il patto è in realtà siglato il 9 giugno, porterà la data del 3 in memoria proprio di Bruno Buozzi). La CGIL unitaria nasce dal compromesso tra le tre principali forze politiche italiane ed il Patto di Roma sarà siglato da Giuseppe Di Vittorio per i comunisti, Achille Grandi per i democristiani, Emilio Canevari per i socialisti.

Manca una firma, quella di Bruno Buozzi, barbaramente ucciso dai nazisti.

Il 13 aprile 1944 Bruno Buozzi veniva fermato per accertamenti dalla polizia fascista e condotto in via Tasso. Il Cln di Roma tenterà a più riprese, ma senza successo, di organizzarne l’evasione e il 1° giugno, quando gli americani sono ormai alle porte della capitale, il nome del sindacalista (già segretario generale della Fiom e della Cgdl) ed ex deputato socialista verrà incluso dalla polizia tedesca in un elenco di 160 prigionieri destinati a essere evacuati da Roma.

La sera del 3 giugno, con altre 13 persone, Buozzi è caricato su un camion tedesco. Il giorno seguente – sembra per ordine del capitano delle SS Erich Priebke – viene trucidato con tutti i suoi compagni.

“Nessun lavoratore italiano che abbia conosciuto Bruno Buozzi potrebbe ricordare il suo martirio senza sentirne un profondo dolore – dirà sempre Giuseppe Di Vittorio – Bruno Buozzi è stato uno dei dirigenti sindacali fra i più amati dal proletariato, perché Egli fu il tipo più completo dell’organizzatore che abbia prodotto il movimento operaio italiano”.

Operaio, Buozzi “ha amato gli operai e ne ha servito la causa con passione ardente, temperata da un senso elevato e impareggiabile di equilibrio. Bruno Buozzi non è mai stato un professionista dell’organizzazione. Egli è stato l’operaio che lotta per l’elevazione dei propri compagni di lavoro, per l’emancipazione della propria classe, e che nel corso di questa lotta è sempre più apprezzato dalla massa in cui lavora ed è da essa direttamente eletto a proprio capo ed elevato fino alla più alta carica della grande organizzazione dei lavoratori italiani, alla quale la sua forte personalità impresse un più alto prestigio”.

“La notizia dell’assassinio di Bruno Buozzi – scriveva l’Avanti il 7 giugno 1944 – si è abbattuta su di noi come una folgore. Nato dal popolo, operaio nei primi anni della giovinezza, si distinse subito per le doti eccezionali di intelligenza, di facilità di assimilazione, di comprensione dei problemi che interessavano specialmente gli operai dell’industria. Era uomo di vasta preparazione economica e sociale conquistata con volontà e per desiderio irrefrenabile di sapere. Abbiamo trepidato per lui, abbiamo sperato sempre; abbiamo tentato ogni strada, studiato ogni mezzo per strapparlo ai suoi aguzzini. Proprio quando la speranza ci sorrideva più viva, i carnefici nella fuga disperata l’hanno portato via, caricato sopra un autocarro con le mani legate dietro la schiena come un delinquente qualsiasi. Poi la vendetta, la brutale barbara vendetta; un colpo di rivoltella per uccidere con lui le speranze e l’attesa della classe lavoratrice italiana”.

“Il fascismo – diceva Buozzi nel 1930 – rappresenta nella vita nazionale dell’Italia un episodio doloroso: i segni della riscossa e della liberazione sono già ripetuti e frequenti. L’esperienza fascista, soprattutto in campo operaio, costituisce una ingiustizia atroce, un passo all’indietro, la perdita di anni preziosi. Ma nel popolo italiano, sobrio e lavoratore, tenace e paziente, si registra una forza vitale così meravigliosa, una energia così sincera e così sicura che i lavoratori d’Italia, quando si saranno liberati dal fascismo, sapranno recuperare in fretta gli anni perduti. E di questa parentesi umiliante nella sua violenza e nella sua brutalità gli italiani avranno allora avuto un solo beneficio: la ferma convinzione che la libertà è una condizione necessaria per qualsiasi elevazione delle masse, e che in questo consiste il bene supremo; un bene, però, da conquistare e difendere ogni giorno”, oggi come ieri.

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil


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